Fotocamera digitaleOggi il linguaggio predominante nel campo della fotografia è quello numerico digitale, ovvero un approccio all’immagine che supera il vincolo della pellicola per abbracciare le economiche, ma illeggibili ad occhio umano, righe del codice binario. Le fotocamere digitali, è vero, non usano più i rullini, ma mantengono le stesse caratteristiche fisiche delle loro antenate analogiche. Il dibattito contemporaneo è spostato sulle differenze tecniche, sulla qualità del sensore, sulla conservazione dell’immagine e sulla qualità del risultato.

Chi pensa le fotocamere digitali come dei dispositivi che allontanano dalla reale missione della fotografia possiamo rispondere : anche le digitali hanno un cuore, il sensore!

    Tutti i sensori hanno come elemento base il fotodiodo, un elemento fotosensibile che colpito da un raggio di luce genera cariche elettrice, e da una griglia di photosite, cioè dei fotorecettori che occupano uno spazio fisico e sono capaci di valutare e registrare l’intensità luminosa al di là dell’obiettivo. Oggi in commercio esistono due tipi di sensori : i CCD (Charge-Coupled-Device) e il CMOS (Complementary-Metal-Oxide-Semiconductor).

I sensori CMOS consumano meno energia elettrica e sono più economici, i CCD creano un’immagine di alta qualità e hanno un basso livello di rumore.

In entrambe le tecnologie i photosite riescono a registrare solamente livelli di intensità di luce monocromatica, quindi restituiscono solamente le tre componenti primarie rosso, verde e blu (sistema RGB – RedGreenBlue). Sia se accettiamo la teoria scientifica dei colori di Newton o la teoria romantica di Goethe, siamo d’accordo che la mescolanza delle tre componenti primarie, per interpolazione cromatica, produce dei complementari e quindi l’illusione delle forme.

Macchina fotografica digitaleL’ingegneria micromeccanica in questa direzione ha fatto dei passi da gigante, ora esistono dei photosite che hanno anche due o tre fotorecettori, quindi riescono ad avere una maggiore gamma dinamica dei colori nelle immagini catturate. Consiglio: se siete fotografi alle prime armi potete tranquillamente rimandare la scelta del sensore a quando diventerete dei professionisti. Mentre per quest’ultimi la scelta del giusto sensore può determinare la riuscita di un lavoro.

Una volta penetrata nell’obiettivo e convertita in carica elettrica, la luce è ormai ridotta a segnali digitali da dei convertitori ADC (Analog to Digital Converter) che vanno a comporre l’intera immagine in un file. Più è elevato il numero di fotorecettori nel sensore, i photosite, più risulterà elevata la risoluzione dei dettagli nell’immagine, i pixel.

I pixel, di cui continuamente sentiamo parlare, altro non sono che la trasposizione informatica, quindi dal mondo fisico a quello digitale, dei photosite. In questo passaggio dall’hardware al software i pixel seno la più piccola informazione che costituisce l’immagine. Ad esempio in una fotografia in bianco e nero i pixel bianchi hanno valore 0, mentre i neri hanno valore 1. Solamente la loro vicinanza permette le sfumature cromatiche e quindi l’illusione delle forme, la coesione della realtà fotografata.

Un MegaPixel corrisponde ad un milione di pixel e va calcolato moltiplicando il numero di pixel orizzontali per quelli verticali presenti in un’immagine. Per logica: ad un numero elevato di MegaPixel deve corrispondere un numero uguale di photosite, ma non sempre è così…

Con lo sviluppo dell’architettura di interpolazione si è trovata un’innovativa soluzione tecnologica per far fronte all’aumento dei MegaPixel senza dover riprogettare le dimensioni dei sensori esistenti. L’interpolazione aumenta il formato delle immagini digitali costruendo dei pixel in più in base al valore stimato e mediato tra due pixel reali e misurabili. Il risultato di questa alterazione dell’immagine è una fotografia qualitativamente scarsa rispetto a quella che si otterrebbe con un sensore che non produce pixel interpolati. Quindi non sempre il numero di MegaPixel restituisce la reale qualità di una fotocamera digitale.

A differenza della grana presente nella pellicola, i pixel sono unità di memorizzazione quadrate disposte in griglia. Non a caso se si ingrandisce una foto al limite massimo non la si penetra nell’essenza, ma si giunge all’inscindibilità dei pixel, agli atomi della materia di cui dovrebbe essere composta se stampata.

La stampa in ambito digitale è immediata: nessuno bagno di sviluppo da preparare, niente fogli da impressionare o camere oscure da attrezzare. Attraverso una qualsiasi stampante, collegata ad un pc o direttamente al dispositivo fotografico, possiamo ordinare tutte le riproduzioni che la carta e le cartucce montate ci permettono di effettuare. Inoltre non c’è un limite all’utilizzo dell’immagine, la quale può essere modificata infinite volte attraverso i numerosissimi software di elaborazione grafica, di cui il più importante è proprio photoshop.

schede di memoriaLe schede di memoria, quindi i rullini digitali, sono il luogo fisico in cui vengono salvate le fotografie in attesa di essere scaricate sul pc o stampate. Attualmente sono basate sulla tecnologia Flash, un’architettura di memoria a stato solido che facilita e velocizza la lettura e la scrittura di informazioni binarie in fase di scatto.

In commercio esistono una varietà impressionante di memory card, ma al momento dell’acquisto possiamo fare riferimento a due parametri fondamentali: capacità e velocità. Mentre la capacità fa riferimento alla capienza, quindi alla quantità di fotografie effettivamente immagazzinabili, la velocità indica il tempo che occorre alla scheda per salvare uno scatto ed essere pronta per prenderne un altro. Questo parametro è indicato sulla confezione della scheda. Ma facciamo un esempio: 15.5/21 MB Write/Read significa che la macchina fotografica può scrivere e leggere dalla memoria alla velocità di 15.5 e 21 MegaByte al secondo. Se abbiamo una macchina da 8 MegaPixel e produciamo un file da 16 MegaByte scriveremo e leggeremo 1-1,4 immagini al secondo. Regola di base: più è elevato il numero di MegaPixel, più grande e veloce dovrà essere la memoria.

Quindi al momento dell’acquisto ragioniamo sempre su che tipo di lavoro andremo a svolgere: ad un paesaggista vanno bene velocità lente, ma un fotografo di matrimoni necessita di alte velocità per catturare tutte le espressioni dei suoi soggetti. Il parametro della velocità è quindi centrale e non a caso il costo delle schede di memoria dipende da questo fattore.

Occhio di riguardo, in ogni caso, al nome della marca: mai risparmiare sull’affidabilità. Se una memoria ha la tendenza a perdere dati avremo delle immagini corrotte e quindi degli scatti irrecuperabili.

In ultima battuta, un grande vantaggio delle fotocamere digitali è la conservazione delle fotografie. Gli Hard Disk attuali viaggiano sulla favolosa unità di misura del TeraByte, quindi permettono la costituzione di enormi archivi fotografici: in futuro su una singola partizione ci potrebbero essere tutti gli scatti compiuti da un fotografo nel corso della vita! Buona norma è associare all’archivio un software che ci permetta di sfogliarlo e di individuare in poco tempo gli scatti di cui abbiamo bisogno.

Le innovazioni fotografiche sono in continuo sviluppo, chissà un tempo come fotograferemo… ma di sicuro le fotocamere parleranno in digitale ancora per molto tempo!