La fotografia è la cattura di un’immagine fissa e la sua riproduzione tecnica attraverso una sequenza di processi analogici e dopo il 1990 anche digitali. Questi processi – ottici, meccanici e chimici – si ripetono per ogni scatto e sono attivati da un operatore dotato di fotocamera che sceglie il soggetto da riprendere, compone l’immagine secondo le sue convinzioni e fa scattare l’otturatore del suo apparecchio producendo una sola immagine per volta. L’immagine prodotta rappresenta esclusivamente quell’unico istante in cui è stata scattata, la verità oggettiva che in quel momento si trovava davanti l’obiettivo.

Ma analizziamo brevemente come la magia prende vita…

camera oscura in pittura    Il processo fotografico, la cattura della luce, avviene attraverso la camera o(b)scura, una scatola chiusa in cui è praticato un foro provvisto di una lente, l’obiettivo, da cui penetra la luce. Per azionare questo meccanismo l’operatore fotografico non deve fare altro che inquadrare il soggetto, controllare il diaframma, valutare il tempo di scatto ed aprire l’otturatore della fotocamera semplicemente facendo click! L’immagine dall’esterno passa attraverso questo filtro ottico e si proietta capovolta all’interno, finendo sulla parete opposta all’obiettivo. Su questa quarta parete è alloggiata una pellicola emulsionata o, nelle fotocamere digitali, il sensore. Una volta impressionata tutta la pellicola, ovvero quando abbiamo terminato gli scatti, questa viene riavvolta in un rullino a chiusura ermetica a prova di luce e portata in laboratorio per lo sviluppo. In questi grandi centri, seguendo dei precisi step di elaborazione, la pellicola restituisce i negativi dei singoli scatti e una volta lavata e asciugata si può procedere con la stampa. Gli scatti vengono proiettati, uno ad uno, con l’ausilio di un ingranditore fotografico, su dei fogli di carta bianca fotosensibile dove l’immagine viene impressa, ma è ancora latente, ovvero non visibile ad occhio nudo. Un successivo bagno di sviluppo farà emergere, magicamente, la foto e un fissaggio la renderà pronta per essere restituita al legittimo proprietario: il fotografo.

Il procedimento è molto più immediato nel caso del digitale. Una volta catturata la luce dal sensore, il processore interno converte gli input fotonici in codice binario e restituisce quasi immediatamente l’immagine scattata sullo schermo. Questa verrà salvata nella memoria flash, o memory card, alloggiata nello slot della fotocamera per poi essere scaricata sul pc o direttamente stampata.

La camera oscura, questo vano a pareti nere in cui viene sistemata la pellicola da impressionare o il sensore, è il cuore della fotocamera e per questo ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dello sviluppo della fotografia.

camera oscura ricalco   Citata già da Aristotele nel IV secolo a.C. e sicuramente utilizzata da Leonardo da Vinci nel XVI, la camera oscura portatile permetteva di veicolare lo sguardo attraverso un obiettivo, facilitando lo studio della natura e l’osservazione degli astri. Nel settecento l’applicazione di un vetro smerigliato posto a 45° dall’asse dell’obiettivo consentiva agli artisti e astronomi di riprodurre la realtà semplicemente ricalcando l’immagine. I processi meccanico-ottici si evolvono con la diffusione delle camere oscure per motivi di studio o svago e c’è chi inizia a sognare di poter catturare chimicamente l’immagine su un supporto…

All’inizio del 1800 i chimici europei osservano gli strani effetti della luce sui composti di argento: quando questi ne vengono a contatto anneriscono. A questo punto il cinquantunenne bretone Joseph-Nicéphore Niepce ha un idea.

Stanco di dover ricalcare sul vetro smerigliato paesaggi da cui trarre litografie, Niepce emulsiona un foglio di carta con granuli di argento e lo inserisce in una fotocamera creata ah hoc. I punti in cui la luce colpisce il bianco del foglio si scuriscono producendo un negativo, ovvero l’immagine ma con i colori invertiti. Il grande problema è il fissaggio, cioè impedire che la carta continui a essere sensibile alla luce anche dopo la formazione dell’immagine, diventando completamente nera. Il francese sperimenta quindi diversi supporti: carta, pietra, vetro, metalli; opportunamente emulsionati, cioè spalmati con granuli d’argento fotosensibili, e trattati con diverse modalità di fissaggio. Finalmente nel 1826, dopo 10 anni di studio e prove, su una lamina di stagno resa reattiva alla luce, riuscirà a catturare un points de vue dalla sua camera: è la prima fotografia della storia!

In tanti anni di esperimenti, la situazione finanziaria di Niepce si è fatta difficile e nel 1829 accetta di firmare un accordo con Louis Daguerre per proseguire insieme la ricerca. Daguerre è l’inventore del Diorama, una sala circolare che immerge lo spettatore in un’esperienza teatrale tramite suoni, giochi di luce, tele e, dopo la collaborazione con Niepce, fotografie. Nel 1835 Daguerre scopre che l’esposizione di una lastra produce un’immagine latente, nascosta, invisibile finché non si è sviluppata con vapori di mercurio e sale marino. Dopo tre anni di prove riesce a produrre delle immagini di finissima qualità, nei dettagli e nelle ombre, utilizzando come supporto per l’impressione delle lastre di rame argentato ricoperte di ioduro d’argento. Sarà un trionfo a cui darà il proprio nome: i dagherrotipi. Hanno però un problema: ques’ultimi danno come risultato dei positivi, dei pezzi unici non riproducibili, come riprodurli in serie e su vasta scala?

camera oscura    Gentiluomo inglese, nonché matematico, filologo e appassionato di disegno in camera oscura, Fox Talbot incappa in una possibile soluzione. Durante un viaggio in Italia ha l’idea di imprimere, in modo durevole su carta emulsionata, le immagini naturali che si formano nella camera oscura, ottenendo così dei negativi. Un procedimento non molto diverso dai points de vue di Niepce, ma a questo punto ha l’intuizione di imprimere nuovamente il negativo su un altro foglio di carta sensibile, invertendo nuovamente il bianco e il nero per ottenere un positivo. Nel 1841 Talbot brevetta il calotipo, una modalità più evoluta e suggestiva dei suoi esperimenti iniziali poiché prevede, come già nei dagherrotipi, il processo del disvelamento di un foglio di carta fotosensibile dopo un bagno di sviluppo dalla variabile durata temporale. Sarà poi la Kodak nel 1891 a rendere l’approccio più semplice montando le neoinventate pellicole nelle fotocamere e proponendo un approccio molto più popolare al medium fotografico.

La camera oscura è alla base di qualsiasi dispositivo atto alla riproduzione di immagini e cattura della realtà, le uniche differenze rintracciabili sono le grandezze fisiche e i supporti fotosensibili installati sulla quarta parete.

Anche le videocamere non si esimano da questa pratica di cattura della luce. Quest’ultima penetra attraverso l’obiettivo e termina la corsa sul sensore, che genera un campo elettromagnetico in grado di orientare i dipoli applicati sul nastro magnetico e che su questo riversano l’informazione sottoforma di segnali elettrici. Il processo, in questo caso, è elettronico e non necessita della conversione positivo/negativo, poiché l’informazione fotonica trattenuta dai dipoli è codificata al momento della cattura in input magnetici che il videoregistratore restituisce nella sua interezza durante la riproduzione.

Come conclusione mi pare sia giusto spendere due parole sulle camere pinhole, recentemente tornate alla ribalta. Queste sono delle camere oscure di dimensioni variabili e autocostruibili che sfruttano il principio del foro stenopeico, ovvero non hanno obiettivo con lente, per riprodurre un soggetto. Una lattina di coca cola, una scatola di scarpe, un mobile, … qualsiasi struttura a prova di luce va bene, l’importante è che il foro sia creato esattamente nel baricentro della parte rivolta verso il soggetto da riprodurre, in modo che la luce entrando si distribuisca equamente e direttamente sul supporto emulsionato.

Calcolata con un esposimetro la quantità di luce presente nell’ambiente da riprodurre, la distanza dal soggetto, il diametro del foro e la fotosensibilità del materiale emulsionato installato all’interno, valutiamo per quanto tempo mantenere aperto il foro affinché l’immagine si proiettati interamente all’interno della camera e quindi sul supporto emulsionato. L’utilizzo di un nastro nero per aprire/chiudere il foro avrà la stessa funzione dell’otturatore fotografico, permetterà alla luce di imprimere l’immagine sul supporto, che verrà poi sviluppato e stampato come se provenisse da una normale fotocamera. Le immagini ottenute non saranno molto nitide, in fin dei conti nessuno ha messo una lente davanti l’obiettivo, ma saranno dotate di una forte profondità di campo, poiché il foro stenopeico evoca un diaframma chiuso. Su internet è possibile trovare molte guide per la costruzione della prima camera pinhole, per i professionisti sono invece presenti applicazioni che forniscono formule e calcoli per affrontare anche gli scatti più difficili.

La camera oscura è un luogo misterioso, di sicuro l’unico in grado di catturare qualcosa di intangibile come la luce!